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ITINERARI TURISTICI:
"Eraclea Minoa e la Riserva del fiume Platani"
Sulla vetta del Capo Bianco dove, tra le candide rocce, risplendono
minuscoli cristalli di gesso che fanno onore al nome, si trovano le rovine
greche di Eraclea Minoa. Quest'antica colonia selinuntina del VI sec. a.C.
sorgeva esattamente in cima allo splendido promontorio e, da lì, poteva
dominare l'intera zona pur restando protetta dalle incursioni marine.
Originariamente chiamata solo Minoa (probabilmente in onore del re
Minosse) fu presto colonizzata da un gruppo di Spartani che le aggiunsero
il nome Eraclea in ricordo del loro progenitore Eracle. Alternativamente
dominata dai Greci e dai Cartaginesi, nel I sec. a.C. divenne colonia
romana e fu infine abbandonata in seguito ad una frana di una parte della
città. Gli scavi intrapresi all'inizio del secolo hanno riportato alla
luce parte dell'abitato d'epoca ellenistica e romana, le mura di cinta, un
santuario ed un antico anfiteatro del IV sec. a.C. oltre alle tracce di
due necropoli. Eraclea è facilmente raggiungibile dalla S.S. 115 svoltando
a destra, 12 km dopo Ribera in direzione di Agrigento. Una volta arrivati
all'ingresso della zona archeologica, si può visitare l'Antiquarium che
conserva i reperti più importanti e successivamente ammirare i resti
dell'antica città, abitati da chiassosi stormi di taccole e storni neri.
Proprio sotto l'ingresso della zona archeologica si trova una stradella
chiusa alle auto che, dopo circa un chilometro, porta ad un sentiero che
scende lungo il versante occidentale del Capo Bianco sino alla immensa
spiaggia dove sfocia il fiume Platani. La Riserva Naturale Orientata "Foce
del fiume Platani" è uno dei pochi ambienti fluviali siciliani che sia
sopravvissuto all'ondata di cementificazione indiscriminata che ha
letteralmente distrutto gran parte dei fiumi della nostra regione.
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L'area
è attualmente gestita dalla Azienda Foreste Demaniali che ha creato,
attorno alle anse del fiume, una zona a fitto rimboschimento con pini,
acacie ed eucalipti (il complesso di Borgo Bonsignore) attualmente in via
di riconversione verso l'originaria macchia mediterranea.
Le acque del
fiume, provenienti dalle falde del monte Cammarata, attraversando la zona
dell'altipiano solfifero, ricca di rocce contenenti cristalli di salgemma,
sono particolarmente salmastre come quelle del vicino Imera meridionale,
detto infatti Salso. Dopo un percorso di circa quaranta chilometri, il
fiume sfocia diviso in due anse che si ricongiungono in uno dei pochi
lembi della costa agrigentina non devastati da selvaggi insediamenti
edilizi. Un'occhio di riguardo merita la flora tipica delle aree marine
sabbiose con le vistose e profumate fioriture del giglio marino
(Pancratum maritinum). Queste belle liliacee, abbelliscono il
cordone di dune modellate dal vento che, quasi come una protezione, separa
la spiaggia dalla zona di macchia. Numerosi gli uccelli che abitano la
riserva: lungo la battigia e le rive del fiume si possono osservare
numerose impronte di zampe appartenenti a limicoli, gabbiani e aironi. In
mezzo al fitto canneto, inoltre, si riproduce la sempre più rara
cannaiola. Lungo la spiaggia di finissima sabbia chiara che circonda la
foce, vivono varie specie di coleotteri di litorale come lo scarabeide
(Polyphylla ragusai) endemico della zona .
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